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Contro l'urbanesimo

C'è chi sta sperimentando risposte collettive alle derive del mondo del profitto, immaginando società nuove e cercando di risignificare la propria vita

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Da almeno quarant’anni sono sempre più numerosi quelli che hanno scelto un ritorno alla natura, una vera e propria fuga dalla città che si sta diffondendo sempre più soprattutto tra i più giovani: fughe non sempre senza ritorno ma in ogni caso esperienze formanti in modo profondo per chi ne prende parte.

Vivere in un ecovillaggio o in una comune è un’esperienza totalizzante e sono scelte che hanno a che fare con molti aspetti della vita individuale e di gruppo, scelte profonde che nascono da una forte consapevolezza di critica al sistema economico neoliberale che produce una distruzione dell’ambiente che ci circonda e danneggia le relazioni umane.

Scelte che affondano le radici nei movimenti di contestazione di fine anni Sessanta, quando la comune si basava su un’impostazione ideologica radicale, all’interno della quale i partecipanti tentavano di attuare il comunismo pratico sul piano della proprietà, dello spazio abitato e della sessualità.

In quegli anni, e in quel clima sociale, nascono le comuni moderne, che rispondono al bisogno da parte dell’individuo di aggregarsi rispetto al criterio delle singole affinità, mettendo insieme le proprie risorse materiali e intellettuali e investendo in un progetto di vita comune. Bisogno che sembra essere un’esigenza propria del genere umano, manifestata da un numero considerevole di persone in diversi periodi della storia, e che in questo periodo racchiude una forte valenza di contestazione della famiglia e della società.

I giovani delle comuni vengono spesso descritti come “aspiranti rivoluzionari”, “apprendisti mistici” o “poeti del quotidiano”; certamente si tratta di persone che aspirano a forme di comunità alternative, luoghi di sperimentazione di una socialità altra da quella comunemente condivisa.

Vivere in comuni ed ecovillaggi non significa vivere in una bella casa in mezzo all’ambiente ma risignificare la propria vita, metterla in condivisione con altri esseri umani e animali nel rispetto della natura. Significa creare nuove filosofie di vita, comunità solidali, autodeterminate che in molti casi puntano anche all’auto-sufficienza alimentare, una produzione di conflitto creativo, nei fatti, contro il sistema imperante.

Non stiamo parlando di luoghi incantati, si tratta di situazioni molto diverse tra loro, dove il lavoro quotidiano è costante per mantenere l’equilibrio della comunità; si creano conflitti e difficoltà che molto spesso degli ex cittadini fanno fatica ad affrontare, ma cercano di sperimentare concretamente delle possibilità per creare diversi corpi sociali in grado di mettere in crisi il sistema dominante, una rivolta quotidiana contro il vivere incasellati in palazzi cittadini, un mettere al primo posto una mutazione culturale etica e politica per chi prende parte a questi progetti.

Vivere in comuni ed ecovillaggi non significa vivere in una bella casa in mezzo all’ambiente ma risignificare la propria vita, metterla in condivisione con altri esseri umani e animali nel rispetto della natura.

Le comuni nascono all’interno di un movimento che viene definito controcultura, essenzialmente basato su semplici principi: il rifiuto del sistema vigente, che privilegia i diritti della proprietà a discapito dell’uomo, la falsità piuttosto che la verità e la lealtà, le convenzioni sociali anziché la libera espressione individuale, le priorità della tecnologia a discapito di quelle umane.

“Rivolta contro i falsi padri, i falsi maestri, i falsi eroi, solidarietà con i miserabili della terra” scrive Marcuse nell’introduzione politica all’edizione del 1966 di Eros e civiltà, e questa frase sintetizza ciò che i giovani comunardi vogliono esprimere con le loro scelte. Ancora oggi la controcultura si pone in antitesi ai valori della cultura dominante che, secondo il sociologo americano Slater, soffocano i bisogni primari dell’individuo, bisogni umani come quello di comunità, partecipazione, desiderio di indipendenza e condivisione.

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Ma dove sorgono le comuni e gli ecovillaggi? Prevalentemente in zone rurali, dove è possibile avere terreni coltivabili e possibilmente del bosco dove fare scorta dei beni preziosi che si autoproducono, luoghi prevalentemente lontani dalle grandi città, dove è possibile coltivare buoni prodotti, ma anche terreni dove sia possibile costruire. Una grande differenza passa tra comuni ed ecovillaggi legali e quelli illegali, occupati.

L’esperienza italiana è ricca di situazioni prettamente legali o para-legali con pochi esempi di sperimentazioni di questo tipo illegali; sono molte le situazioni illegali, occupate, come l’esperienza interessante e diffusa delle Colectividades y okupacion rural spagnole, le comuni francesi o i Wagenplatz tedeschi che nacquero per la maggior parte come illegali o informali e che negli anni sono stati legalizzati.

Tante esperienze di questo tipo sono presenti in Nord America e Canada dove grandi porzioni di terreno sono autogestite da comunità di permacultori e contadini olistici. In California negli anni Novanta molti collettivi si sono spostati nella natura per mettere in pratica le utopie libertarie che cercavano di attuare in città.

Vivere in queste realtà significa condividere non solo dei metri quadrati, delle mura e un tetto, ma fare una scelta politica di vita in comune, condividere un modus operandi quotidiano, che mette in atto nelle pratiche il cambiamento futuro e che giorno dopo giorno fa vedere un concreto avvicinamento al sogno comune nel quale si condividono i propri desideri, il proprio tempo, i propri averi, le proprie esistenze.

Vivere in queste realtà significa condividere non solo dei metri quadrati, delle mura e un tetto, ma fare una scelta politica di vita in comune.

Ecovillaggio è un neologismo mutato dall’anglossassone “ecovillage” coniato da Robert e Diane Gilman che per primi utilizzarono il termine nel volume Ecovillages and Sustainable Communities, pubblicato da The Gaia Trust nel 1991. Qualche anno più tardi fu fondata la Global Ecovillages Network (Gen), una rete internazionale cui aderiscono ecovillaggi presenti in tutti i continenti; il primo meeting fu organizzato nella storica comunità di Findhorn in Scozia.

Findhorn è un’istituzione internazionale senza scopo di lucro, un centro di educazione olistica, uno dei molti esempi nati in Occidente in controtendenza con le politiche economiche e anti-ecologiche imperanti, un esempio di sostenibilità ambientale, sociale ed economica, con alla base lo sviluppo del potenziale umano e la salvaguardia del pianeta Terra. Findhorn è il nucleo centrale di una comunità internazionale costituita attualmente da più di 500 persone.

Situata sulla baia di Findhorn nel Nord della Scozia, a circa 40 km da Inverness e 120 km da Aberdeen, fu fondata nel 1962 in tempi non sospetti, in cui non si scappava dalla città per mancanza di lavoro ma per necessità di rivoluzionare subito e dal basso le proprie vite.

A livello mondiale, l’area più ricca di ecovillaggi è il continente americano, dove sono strutturate più di 2000 comunità, il 90% situate negli Stati Uniti, con un numero di residenti intorno alle 100.000 persone. In Gran Bretagna e Irlanda sono conosciute circa 250 realtà, con 5000 membri. In Germania sono oltre 100, in Francia 33, nei Paesi Bassi 13, nei paesi Scandinavi una trentina, in Spagna e Portogallo poco meno di 30, in Italia ne possiamo trovare a oggi una quarantina.

È da specificare che questi sono dati solo delle esperienze legali e che aderiscono al network degli ecovillaggi ufficiali: sono molte e incensibili le decine e decine di realtà che non hanno nessun interesse a far parte del network o che lo criticano, quindi questi sono solo piccoli numeri indicativi, di fatto sono molte di più le realtà in atto in tutti i paesi occidentali.

Non solo ecovillaggi, ma comuni autogestite, comunità alternative, fattorie anarchiche, villaggi spirituali, un mondo molto diverso al suo interno dove possiamo trovare da comuni molto politicizzate dell’area anarchica fino a comunità cattoliche, il minimo comun denominatore è quello di non accettare la vita piegata al consumo e alla produzione sfrenata, la volontà di vivere condividendo e di mettersi in cammino subito per un cambiamento di vita individuale e collettivo, dove l’abitare viene concepito in modo assolutamente diverso da quello atomizzato e mononucleare tipico dell’Occidente.

Luoghi in cui si cerca di ritrovare la capacità di agire concretamente contro l’appiattimento concentrazionario delle nostre città, dove si cerca di riscoprire la bellezza di essere “Homo Faber”.

Luoghi differenti tra loro ma dove uomini e donne sperimentano modi di vivere considerati utopici, dove immaginano e cercano di realizzare società egualitarie ed ecologiche, spazi in cui trovare risposte collettive alle derive della vita del mondo del profitto e delle megalopoli che ci rendono sempre più automi senza capacità.

Luoghi in cui si cerca di ritrovare la capacità di agire concretamente contro l’appiattimento concentrazionario delle nostre città, dove si cerca di riscoprire la bellezza di essere “Homo Faber”.

Centinaia di progetti che sono dei reali esperimenti sociali, non solo delle fughe dal mondo come troppo spesso si sente dire, ma la fondazione di tante eterotopie, universi autonomi che sperimentano modi di vita alternativi che combattono l’egemonia dell’abitare standardizzato e lo mettono in questione nel loro quotidiano, costruendo non solo case ecocompatibili ma producendo un abitare consapevole, un processo che non potrà mai considerarsi concluso, perennemente in mutamento, luoghi dove è impossibile pensare la casa staccata dall’ambiente che la circonda e la riveste.

Questo articolo è tratto dal libro Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente, edito da Milieu Edizioni. Puoi guardare il booktrailer del libro qui.

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