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Isole nere

Come caricare un’immagine su Google Earth è diventato una dichiarazione di guerra con vaste conseguenze nella geopolitica reale.

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La cartografia ha sempre cercato di riflettere un tutto, trascendendo la mera rappresentazione geografica. Questo spiega le annotazioni, i codici cromatici, le legende e anche il gesto del cartografo, che permette al lettore di identificare aspetti per esempio sociali, politici e ambientali della mappa. È una storia in forma di rappresentazione territoriale; un mondo statico, controllato, creato dal cartografo.

La cartografia è sempre stata uno strumento predittivo, che rappresentava non solo la realtà oggettiva ma anche un futuro desiderato

La cartografia digitale, invece, ha spodestato il cartografo. Anche se all’apparenza non sono molto diverse nella rappresentazione tradizionale, le informazioni contenute in un’app di mappe riflettono un sistema dinamico e incontrollabile. Una mappa in cui gli utenti diventano autori in grado di modificarne la narrazione. La cartografia, in qualche modo, è sempre stata uno strumento predittivo, che rappresentava non solo la realtà oggettiva ma anche un futuro desiderato. La differenza principale, oggi, è la perdita di controllo da parte dell’autore originario.

Gli strumenti digitali hanno anche permesso di avvicinarci a una verità virtuale che è però in grado di influenzare conflitti cruciali dal punto di vista geostrategico. Tra questi, la guerra del Mar Cinese Meridionale è probabilmente l’esempio più chiaro.

Taiwan, Cina, Vietnam, Filippine, Brunei e Malesia affacciano tutti sul Mar Cinese Meridionale e se lo contendono dagli anni Settanta. Fu allora che vennero effettuate le prime esplorazioni che rivelarono la ricchezza di idrocarburi del fondale. Il controllo del Mare è regolato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare attraverso l’istituto della Zona economica esclusiva (EEZ).

L’istituto giuridico delle EEZ stabilisce che gli stati costieri abbiano sovranità sul tratto di mare compreso tra 200 miglia nautiche – 370 chilometri – dalla loro costa. La zona economica esclusiva è soggetta alla giurisdizione del Paese, che ne può esplorare e sfruttare le risorse marine in esclusiva. Questo vale per la pesca, l’estrazione risorse minerarie e organiche sottomarine, e per il controllo delle rotte militari e commerciali.

Questa regolamentazione ha causato una distorsione della mappa politica del mondo. I Paesi costieri si sono espansi, sono comparsi nuovi confini tra di essi, e contemporaneamente sono scomparsi tratti continentali di mare libero. Per gli stati costieri più potenti, dunque, la chiave per aumentare la propria influenza sta nell’estendere i confini della propria EEZ.

Data la vicinanza tra le coste delle nazioni coinvolte nel conflitto del Mar Cinese Meridionale, le Nazioni Unite si sono espresse in favore di una distribuzione equa delle rispettive zone economiche esclusive. E però sia Taiwan che Cina che Vietnam, che Filippine, Brunei e Malesia hanno tutte avanzato pretese sull’espansione della propria EEZ a includere le Isole Spratly, un piccolo arcipelago quasi al centro tra tutte le loro acque.

Ciò si spiega con un altro articolo dell’UNCLOS, che racchiude forse l’aspetto più ambiguo e affascinante della convenzione: l’insularità. Mentre le zone economiche esclusive si misurano dalla linea di costa, uno stato insulare ha molte coste. Il problema si fa ancora più complesso nel caso di stati costieri che hanno isole vicine, perché se riescono a dimostrare di avere diritto di sovranità su quelle isole ottengono l’ampliamento della propria zona economica esclusiva. Le isole diventano dunque un elemento chiave per le aspirazioni degli stati costieri.

Ma cos’è esattamente un’isola? Secondo l’UNCLOS un’isola è “una distesa naturale di terra circondata dalle acque, che rimane al di sopra del livello del mare ad alta marea” che si presta “all’insediamento umano [e ha] una vita economica autonoma”. Con la comparsa di questo articolo, isolotti e reef disabitati sono stati subito popolati per giustificare legalmente il loro status di isole e dunque sancire il loro contributo all’allargamento della relativa EEZ del Paese di cui fanno parte.

Scoperto dal marinaio inglese Henry Spratly nel 1791, l’arcipelago delle Spratly consiste di circa 100 isolotti e atolli al centro del Mar Cinese Meridionale. A oggi le Spratly non sono parte di alcuna nazione, anche se le Nazioni Unite hanno stabilito sfere di occupazione e controllo finché non verrà trovata una soluzione definitiva. Nel frattempo, i sei stati hanno continuato a contendersene la sovranità, per estendere le rispettive EEZ e controllare una porzione aggiuntiva di questo Mare.

Così, gli ultimi cinquant’anni sono stati un susseguirsi di occupazioni e confronti armati. La Cina è la nazione più potente delle sei coinvolte, e le sue pretese territoriali sono le più vaste. Essenzialmente, la sua strategia si basa sull’occupazione fisica e sul controllo militare di tutte le isole e atolli della zona su cui riesca a mettere le mani, e sulla minaccia di azioni militari contro le nazioni che osino reclamarne la sovranità. Una volta occupate, le isole vengono equipaggiate per ospitare basi militari o residenze per civili.

Alla base di queste strategie non c’è solo il dominio fisico, ma la dimostrazione che questi territori possono essere definiti isole

Di recente, hanno avuto grande risonanza mediatica le immagini di navi-betoniere cinesi che costruivano aeroporti su molti di questi atolli. Le altre nazioni, che hanno possibilità economiche più modeste, usano strategie diverse, come occupazioni civili o simboliche. Alla base di queste strategie non c’è solo il dominio fisico, ma la dimostrazione che questi territori possono essere definiti isole, e dunque, secondo l’UNCLOS, estendere la zona economica esclusiva dello stato che le ingloba.

Il risultato è una situazione ad alta complessità diplomatica. Molte delle Spratly sono reclamate da due o tre stati, ciascuno con dati diversi alla mano per giustificare la sovranità. La nascita dei social media e di altri strumenti di comunicazione ha solo aggiunto ulteriori sfaccettature. Anche se non influenza direttamente la giurisprudenza, internet può infiammare gli animi delle popolazioni rispetto alla questione.

E la prima questione, qui, è come determinare cosa esiste e cosa no. Nel farlo, la quantità di informazioni con cui giostrarsi è enorme. I sensi con i quali misuriamo l’ambiente che ci circonda sono ora distorti da app, filtri e altri strumenti virtuali. Le Isole Spratly, dunque, non esistono solo nella vita reale, ma anche nel Mondo Virtuale.

Google Earth ci mostra la Terra attraverso fotografie satellitari. Il sistema funziona grazie a un algoritmo che applica un’immagine scattata da uno dei satelliti in orbita intorno alla terra su un modello topografico virtuale. Ci mostra un’istantanea della natura, che evolve col crescere del database. La configurazione della definizione dipende da interessi strategici: su Google Earth possono essere uploadate immagini con risoluzioni diverse, che creano aree di incertezza e quindi molte possibilità di interpretazione.

Questo sistema, però, non nutre semplicemente il proprio database con le immagini satellitari distribuite dalle aziende. Gli utenti possono aggiungere altre informazioni tramite appositi strumenti, e il risultato è un archivio cartografico simile nella struttura a un panopticon. Una realtà generata collettivamente.

Uno di questi strumenti è Wikipedia, la nota enciclopedia libera. Le informazioni di Wikipedia possono essere geotaggate su Google Earth, legando così un insieme di informazioni a uno specifico punto geografico. Dando, in altre parole, a un luogo una storia, e formando una costellazione di narrazioni dinamiche, soggette a cambiamenti continui, basate sulle informazioni fornite da utenti diversi.

Google Earth, Wikipedia e Google Immagini sono la chiave di volta dello scenario virtuale del conflitto del Mar Cinese Meridionale

A differenza di Wikipedia, Google Immagini è un servizio di geolocalizzazione di immagini basato sulle esperienze dei singoli utenti. Ogni utente traduce le sue esperienze in immagini, e poi le geolocalizza nel luogo corrispondente su Google Earth. Le informazioni condivise generano un’immagine collettiva fatta di tutte le immagini. Un insieme di frammenti che può essere letto in molti modi. Google Earth, Wikipedia e Google Immagini sono la chiave di volta dello scenario virtuale del conflitto del Mar Cinese Meridionale.

Mentre le tradizionali strategie di conquista sono da sempre basate sull’occupazione fisica dello spazio, i nuovi strumenti di comunicazione offrono alternative diverse. L’occupazione virtuale si affida allo scenario, appunto, virtuale, per avere un impatto su quella che potremmo chiamare “vita reale”.

I sistemi di rappresentazione perdono il loro significato univoco, trasformando Google Earth in un campo di battaglia, Wikipedia in uno storiografo e Google Immagini nell’equivalente di una bandiera issata in un territorio conteso.

Le immagini geotaggate sul cosiddetto Swallow Reef delle Isole Spratly, per esempio, al momento in cui scriviamo sono 21: sei rappresentano simboli, bandiere o persone cinesi; quattro mostrano monumenti ed edifici vietnamiti; le restanti 11 sono di turisti occidentali che prendono il sole in un resort malese. Anche se le Nazioni Unite hanno riconosciuto legalmente l’occupazione malese di questo atollo, diversa è l’occupazione che avviene virtualmente tramite la geolocalizzazione delle informazioni.

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Le immagini di forza militare, simboli nazionali, occupazioni pacifiche o atti di guerra sono accompagnate da caption che rivendicano la sovranità del territorio. Queste informazioni e immagini provano anche che i diversi territori possono essere considerate isole secondo l’articolo 121 dell’UNCLOS. Una cartografia di questo tipo è un contenitore che per ciascun punto del planisfero reca un enorme bagaglio di informazioni.

Secondo Hito Steyerl, “anche i dati derivati dalle attuali scansioni in 3D non producono corpi o oggetti interi, ma superfici ripiegate. Queste superfici possono essere piegate per creare volumi interi. […] La profondità viene ottenuta piegando la superficie. E ovviamente, in ogni situazione di vita reale, la superficie porterà l’impronta delle forze politiche, materiali, sociali, tecnologiche e affettive che l’hanno plasmata”.

Il risultato di questo nuovo tipo di occupazioni è la distorsione del nostro sistema di rappresentazione geografica, un “piegarsi” della mappa al peso delle informazioni geolocalizzate.

L’occupazione virtuale dipende dagli input degli utenti. Anche uno stato può geotaggare informazioni, ma sono spesso gli utenti privati a farlo. I cittadini difendono i loro territori virtuali tramite geolocalizzazioni e nei forum.

Ogni foto uploadata porta con sé, nella caption e nei commenti, proclami di sovranità. Gli stati costieri coinvolti nel conflitto trovano nei propri cittadini la prima linea di difesa dei propri interessi. Non c’è più bisogno di chiamarli alle armi per lottare per la patria, i cittadini sono già armati:

“Mutual assistance is based on equality and mutual benefit, not based on violation of the territorial sovereignty of other countries supremacy. Chinese nation has always been advocating reciprocity, and you do not how to it is still this blind naughty, yo can pull the sea to see” ***, cittadino vietnamita geolocalizzato sull’isola di Sand Cay, 12/07/12.

“Ah Vietnam sucker!!!!Fuck you that grandma’s dog days!!!!!!!This is our inherent territory of the People’s Republic of China!!!!!!!!!Vietnam to your mother!!!!” ***, cittadino cinese geolocalizzato sull’isola di Sand Cay, 25/08/12.

La ricercatrice Laura Kurgan riflette sulla “necessaria reinterpretazione di ciascuna immagine” e sugli “step d’immaginazione” che servono a farlo. Pensa che questo processo si collochi a metà tra l’artistico e lo scientifico. Kurgan porta in esempio una dichiarazione di Colin Powell, ex segretario di stato statunitense. Colin Powell giustificò l’invasione dell’Iraq con il possesso da parte di questo Paese di armi di distruzione di massa. Possesso che dimostrava con immagini satellitari che, a suo dire, “si spiegavano da sole”. Come più tardi riconosciuto da Powell stesso, era necessario aggiungere almeno una parte di interpretazione, di immaginazione o di informazioni per renderle prove irrefutabili della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Armi che non ci sono mai state, come in seguito dimostrato.

Ma che succede quando si verifica un errore del sistema? Un glitch è suscettibile di interpretazione? L’algoritmo di Google Earth è un sistema in costante evoluzione.

Gli update rendono l’immagine della superficie terrestre sempre più chiara. Ma alcuni punti dissonanti persistono. Interferenze momentanee nella connessione di satelliti e ricevitori terrestri, errori nel processo di mappatura di un’immagine piatta su una topografia virtuale, o l’azione di censura che molti stati attuano sulla rappresentazione geografica di parti del proprio territorio danno vita a una tipologia nuova di territorio: vuoti cartografici virtuali.

La logica lineare di Google Earth ci permette di misurare questi vuoti e localizzarli su punti specifici del globo. La loro assenza di definizione li rende aree gravide di opportunità, e di possibili interpretazioni: nuove forme di terra nullius da occupare.

Se guardiamo da vicino al Mar Cinese Meridionale vediamo una miriade di punti neri, molti dei quali già coinvolti nella disputa virtuale. Cina, Taiwan, Filippine, Brunei, Vietnam e la Malesia partecipano di questa asta cieca attraverso i propri cittadini, per annettere più territori possibili—fisici e virtuali.

Ogni luogo richiede specifiche tecniche di colonizzazione, a seconda dell’ambiente. Ma come abitare un vuoto le cui caratteristiche ci sono ignote?

Per riuscire, l’occupazione di uno spazio dipende dalle capacità del colono di adattarsi al contesto in cui si trova. Ogni luogo richiede specifiche tecniche di colonizzazione, a seconda dell’ambiente. Ma come abitare un vuoto le cui caratteristiche ci sono ignote? I coloni virtuali devono comprendere le leggi che definiscono questo spazio per riuscire a vivere nel nuovo territorio. Il contesto che i coloni devono affrontare non è chiaramente definito, è un territorio dinamico, panottico e in costante evoluzione. Un territorio volatile, definito dalla data di scadenza delle immagini che gli danno forma.

In questa situazione, possiamo considerare il vuoto cartografico un potenziale vuoto da riempire? Possiamo occupare virtualmente questo spazio, senza dipendere da qualsivoglia stato o organizzazione, e trasformarlo in un territorio reale? Un territorio generato collettivamente? Potrebbe essere, allora, un’Isola Nera?

A metà XIX secolo, durante l’occupazione olandese dell’isola di Giava, lo scienziato Franz Willhelm Junghuhn sviluppò quella che poi divenne l’arma di colonizzazione definitiva, la Javakaart, una mappa estremamente precisa dell’isola che Junghuhn riuscì a realizzare solo una volta scalato il vulcano più alto dell’isola. Ottenne così una vista privilegiata della linea di costa, che nessun altro aveva avuto prima di lui.

La Guerra di Giava, che si era recentemente conclusa, aveva visto confrontarsi i governatori olandesi con i guerriglieri locali guidati dal principe Dioponegoro. La conoscenza della geografia locale di quest’ultimo, e dall’altra parte il fatto che gli olandesi non avessero alcuno strumento cartografico preciso prima della mappa di Junghuhns, permise agli indonesiani di resistere molto più del previsto in una situazione così sbilanciata. Dioponegoro usò l’indefinitezza come strategia di resistenza. Per citare Anna-Sophie Springer ed Etienne Turpin, la Javakaart fornì “sia l’immagine del territorio colonizzato, sia uno strumento per estendere il dominio”.

Forse gli errori sono l’unico modo per sfuggire alla cartografia e al suo controllo stringente. Forse, come diceva Borges, dovremmo diventare “animali o mendicanti” e abitare le rovine della cartografia. A ogni update di Google Earth qualcosa compare e qualcosa scompare. Le Isole Nere scompariranno non appena l’algoritmo di Google Earth sarà in grado di correggere i propri errori. A rimanere saranno solo le testimonianze di chi ne ha occupato i territori.

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