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Lettere di scienziati ansiosi

Da sei anni "Is This How You Feel?" raccoglie le lettere piene di frustrazione, paura e impotenza dei climatologi di tutto il mondo

L’azione contro la crisi climatica ha un nemico grande tanto quanto il negazionismo: l’incapacità della scienza di comunicare in modo efficace con i cittadini e raccontare la devastazione in modo da generare meno angoscia e più solidarietà e attivismo. 

Nel 2014, il divulgatore scientifico Joe Duggan ha iniziato a chiedere ai più importanti scienziati di tutto il mondo di scrivergli una lettera e parlare di quali sono i sentimenti che provano nel lavorare tutti i giorni con la catastrofe. Ne è nato Is this is how you feel?, progetto che da sei anni raccoglie la frustrazione, la paura, e il senso di impotenza verso il futuro dei climatologi.

Qui di seguito ne potete trovare alcune.


Stefan Rahmstorf
Head of Earth System
Potsdam Institute for Climate Impact Research


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Ho un sogno ricorrente.

Mentre sto facendo una passeggiata in un luogo isolato, mi imbatto in una fattoria in fiamme.

Dalle finestre dei piani alti, dei bambini chiedono aiuto. Io chiamo i vigili del fuoco, che però non vengono perché dei folli gli dicono che si tratta un falso allarme.

La situazione si fa sempre più disperata, ma io non trovo il modo di convincere i pompieri a venire.

Non riesco a svegliarmi da questo incubo.


Johan Rockström
Professor Earth System Science
Director Potsdam Institute Climate Impact Research (PIK)

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Come mi fa sentire la crisi climatica?

Siamo nel mezzo di una crisi planetaria che è stata preannunciata per decenni. Adesso è diventata un’emergenza planetaria, e stiamo facendo un disperato appello alla collaborazione globale per affrontare la sfida di rendere tutte le nazioni, aziende e comunità a emissioni zero e a zero impatto nel giro di 30 anni (2050). Una Rivoluzione globale! Ma i nostri appelli, nel migliore dei casi, portano soltanto a cambi marginali. Come mi sento di fronte a questo? Be’, profondamente frustrato.

Poi arriva il coronavirus, una pandemia travolge il mondo e ci getta nella peggiore crisi dai tempi della Seconda guerra mondiale. E cosa succede? Il mondo accetta la sfida, mette tutto il resto in secondo piano e spende trilioni di dollari per salvare posti di lavoro ed economia. Come dicono Trump, Macron e la Merkel, siamo in guerra. 

Le persone stanno morendo e il COVID-19 è una catastrofe, non c’è dubbio. Ma si tratta di uno shock temporaneo, se comparato con la crisi sostanziale della distruzione del nostro pianeta. Sappiamo che la pandemia è una manifestazione dell’Antropocene. Il risultato di densità abitativa, commerci e viaggi globali, deforestazione e cambiamento climatico.

Una tempesta perfetta che avviene di fronte ai nostri occhi. La lezione da imparare? Be’, secondo me, che si può fare! Possiamo agire e affrontare questa minaccia globale come una comunità globale. Se possiamo farlo per risolvere la crisi del coronavirus, possiamo farlo anche per risolvere la crisi climatica. E allora, facciamolo.

Sfortunatamente però, sono sicuro che l’azione predefinita sarà piuttosto quella di fare passi indietro sugli impegni presi in precedenza rispetto all’azione climatica, piuttosto che fare l’unica cosa responsabile, ovvero integrare tutte le agende e creare un vero piano di ripresa economica per la salute dell’uomo e del pianeta. 

Quindi mi sento frustrato, preoccupato e arrabbiato. Arrabbiato per la nostra incapacità di reagire di fronte a una crisi planetaria. Ma anche  per la nostra incapacità di reagire, ora che vediamo sempre di più che la soluzione è nelle nostre mani!

Non abbiamo soltanto il dovere di allontanare la Terra dal ciglio del burrone, ma se lo faremo ne beneficeremo anche! Ci attende un mondo migliore, più avanzato ed equo: un’opportunità che ancora non stiamo cogliendo.

Maledetti noi, se ci lasciamo sfuggire questa occasione…


Dr Ruth Mottram
Klimaforsker/Climate Scientist
Danish Meteorological Institute

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Caro Joe,

mi domandi come mi fa sentire il cambiamento climatico. Credo che sia la prima volta che qualcuno mi chiede come mi sento e non cosa penso, e non è una risposta semplice.

Il mio lavoro di tutti i giorni consiste nel fare simulazioni con un modello climatico regionale della Groenlandia e dell’Artico per capire come ghiacciai, calotte glaciali e ghiaccio marino rispondano al forzante radiativo dei gas serra. I processi e le connessioni che sto modellando e studiando sono così noti che mi è piuttosto semplice assistere allo scioglimento dei ghiacci, all’innalzamento del livello dei mari e alla sparizione del ghiaccio marino con distacco quasi totale. A volte però vengo colta di sorpresa da un nuovo risultato che a un primo momento sembrava controintuitivo. E allora provo quel bellissimo e complesso mix di euforia, sorpresa, incredulità e soddisfazione mentre un altro pezzo si incastra, che poi è quel che caratterizza il pensiero scientifico. Guardare come il pianeta reagisce al clima e cambia non smetterà mai di affascinarmi; stiamo imparando moltissimo sul sistema Terra.

Poi vado a casa, e quei modelli e proiezioni che sembrano così arcani e distanti si fanno più concreti. Il 2050, anno in cui la Danimarca ambisce a raggiungere le zero emissioni, non sembra più così distante: i miei figli saranno un po’ più vecchi di quanto lo sono io adesso. Penso all’ambiente degradato che li circonderà, e sento una profonda tristezza.

Vivranno dei problemi molto gravi provocati da noi: oceani acidificati, biodiversità ridotta, eventi climatici estremi, innalzamento dei mari e un ambiente artico molto diverso da quello attuale. Gliene voglio parlare, ma non so da che parte iniziare.

Viviamo in un paese ricco che può (più o meno) permettersi di adattarsi al cambiamento climatico, ma non possiamo dire lo stesso di altre nazioni. Il resto del mondo come affronterà queste sfide? Sono domande che fanno paura, e a cui non so rispondere. Nonostante tutto, non mi deprime pensare al futuro. Gli esseri umani sono una specie incredibilmente adattabile e versatile. Il meglio di noi viene fuori quando lavoriamo insieme a grandi sfide. Voglio sperare che sia così anche in questo caso.

Cosa provo quando penso al cambiamento climatico? Interesse, curiosità intellettuale, soddisfazione, eccitazione, estrema preoccupazione, tristezza, e forse un barlume di speranza. 


Kevin Walsh
Associate Professor and Reader
School of Earth Sciences
University of Melbourne

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Vorrei che il cambiamento climatico non fosse reale.

Sembra una cosa strana da dire per un climatologo, ma è così. 

Se il cambiamento climatico non fosse reale, non ce ne dovremmo preoccupare. Non dovremmo preoccuparci del futuro delle risorse idriche, stremate dalla sovrappopolazione. Non dovremmo preoccuparci dell’innalzamento del livello dei mari, che provoca sempre più inondazioni nelle nostre città costiere e nelle aree depresse e densamente popolate dei paesi poveri. Più di tutto, non dovremmo preoccuparci del cambiamento climatico come l’ennesima fonte di conflitto in un mondo già particolarmente teso.

La vita sarebbe molto più semplice se il cambiamento climatico non esistesse. Ma, in quanto scienziati, non abbiamo il lusso di mentire.


Professor Brendan Mackey
Director Of Griffith Climate Change Response Program
Griffith University

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Cara Terra,

ti scrivo giusto due righe per ringraziarti di cuore per questi 4 milioni di anni. È stato bellissimo! I sistemi globali di supporto vitale hanno funzionato alla perfezione, tutta la questione dell’evoluzione biologica è stata una bella sorpresa, grazie a cui noi esseri umani, io compreso, siamo potuti esistere!

Mi dispiace moltissimo per gli ultimi 100 anni—abbiamo davvero compromesso cose che non avremmo dovuto compromettere! Credevo che noi climatologi avremmo potuto salvare il mondo, ma purtroppo nessuno ci ha presi sul serio. Si preferiscono continuare ad aprire nuove miniere di carbone e, per qualche ragione che mi sfugge, si ignora felicemente il fatto che il gas naturale è un combustibile fossile. Be’, non potete dire che noi non ci abbiamo provato!

Sarai probabilmente contenta di sapere che il “picco umano” è ormai passato e che ora per noi non c’è futuro, anche se immagino tu sia un po’ seccata per quel che abbiamo fatto al tuo incredibile ecosistema (le foreste e i coralli erano un gran tocco di classe), e scusa davvero per le tigri, gli squali, etc. 

Nel caso te lo stessi chiedendo, i nostri modelli suggeriscono che i tuoi cicli globali biogeochimici (soprattutto quello del carbone) raggiungeranno un nuovo equilibrio dinamico tra circa 100.000 anni. Fino a quel momento non sarà una strada senza buche, ma sai, nessuno ha detto che l’universo è fatto per essere stabile!

Stammi bene e cerca di mantenere quella attitudine positiva che amiamo tanto.

Tutte le lettere sono consultabili su isthishowyoufeel.com

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