iii.

Riparare il reale

Dolore, solidarietà, collaborazione e mutualismo sono i principi innegabili dell’unico presente possibile—l’alternativa oggi è, letteralmente, morire

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Questa pandemia non si è inventata niente di nuovo. La progressiva e plateale marginalizzazione delle fasce di popolazione meno abbienti è una storia lunga secoli che si prefigge, da sempre, un unico obiettivo: estrarre valore dal basso per accentrare ricchezza nelle mani di pochi. È la politica del mondo Occidentale (e non solo), un intero sistema di modalità di governo del pubblico e del privato che facilita l’ammassamento di capitali a scapito della tutela di ciò che governa—ovvero la società, in ogni sua parte.

Non stupisce dunque che un momento storico straordinario come quello che stiamo attraversando non faccia altro che evidenziare le caratteristiche più vivide di questa politica. È così che la pandemia e la conseguente quarantena non inventano nulla, ma traducono: quella che regola le nostre vite ora più che mai non è politica, ma necropolitica—una sovranità la cui espressione ultima consiste, secondo il filosofo camerunense Achille Mbembe, “nel potere e nella capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire”.

Oggi non sono dunque soltanto le regole del mercato a definire le nostre vite e a stabilire la grandezza della nostra casa, la qualità dei nostri medici e la serenità del nostro quotidiano, ma è la necropolitica stessa che compie arbitrariamente queste decisioni seguendo rumorosamente un unico parametro, ovvero il volume della ricchezza che è stato concesso di accumulare ad ognuno di noi.

Il profondo radicamento di questa mentalità nella nostra vita si è fatto evidente proprio alla vigilia della quarantena nazionale italiana, quando è improvvisamente diventato realistico impartire uno stop violento e deciso alla macchina estrattiva su cui si fonda il funzionamento di ogni ambito della nostra società ed economia. Un provvedimento impensabile per il regime necropolitico-capitalistico perché lega indissolubilmente le possibilità di sopravvivenza di ognuno di noi al volume della ricchezza accumulata individualmente o, per meglio dire, alla gravità del nostro stato di precarietà sanitaria, economica e psichica.

Qual è la qualità delle strutture sanitarie a cui possiamo accedere? Quanto è grande e confortevole lo spazio casalingo che, se c’è, diventa oggi il centro di gravità di ogni aspetto della nostra vita? Quanto il nostro lavoro ci espone a rischi sanitari? Quanto tempo possiamo sopravvivere senza generare valore per qualcuno o senza ricevere aiuti? Qual è il diritto alla vita di ognuno di noi? La risposta a tutte queste domande è stata data il giorno in cui insieme all’implementazione di una necessaria e stringente quarantena nazionale, la politica ha assunto una postura di recidiva inadeguatezza nei confronti di tutti i non-ricchi e ha sancito la definitiva rottura dell’ascensore sociale: l’unico spazio concesso è a chi può rispondere a queste domande in autonomia, grazie alla propria personale ricchezza.

Non è difficile immaginare la dimensione del disastro generato quando un provvedimento di quarantena viene applicato su una società il cui principale motore non soltanto si basa sulla possibilità di estrarre valore dalla precarietà ma che, soprattutto, genera e alimenta stati di precarietà.

C’è solo uno scenario che inverte le polarità di questo disastro e trasforma la quarantena in uno strumento davvero tutelante: è quello in cui la sovranità esercitata dalla necropolitica si basa sul principio fondamentale di tutela ad ogni costo di qualunque entità, umana e non, che fa parte della società o è raggiungibile dai dispositivi di cura da essa implementati.

Oggi, davanti al definitivo svelamento della promessa liberale nella privatizzazione e finanziarizzazione di ogni apparato di sopravvivenza della società moderna (dall’infrastruttura abitativa, passando per quella sanitaria e infine, grazie alla quarantena, anche a quella sociale) non ci è più permesso accettare che sia l’accumulazione della ricchezza a decidere primariamente chi vive e chi muore e, poco dopo, chi avrà una possibilità oltre la sopravvivenza. Invece, siamo chiamati ad agire per sostituire alla necropolitica un principio di mutualismo solidale in grado di implementare l’impensabile: sanare la precarietà generata dalla politica proprio attraverso la ricchezza estratta col benestare di politiche classiste, razziste, sessiste e – ora più che mai – omicide.

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Siamo chiamati a unirci a un movimento di riparazione del reale: un insieme di azioni, immaginazioni e forme di organizzazione per costruire e pretendere una politica radicalmente diversa che ponga al centro tutte e tutti e che cessi di normalizzare un quotidiano in cui l’unico orizzonte a cui possiamo ambire è quello della sopravvivenza, imponendo invece un presente collettivo in cui tutte e tutti possono esistere e in cui le risorse per permettere questa condizione sono recuperate insieme e implementate allo scopo non di dare a tutti le stesse possibilità, ma di riparare le infrastrutture e le dinamiche che generano disuguaglianza in primo luogo.

Credo che questo movimento per la riparazione del reale si debba basare su quattro principi fondamentali.

  1. il principio del dolore: secondo cui ognuna e ognuno di noi ha diritto allo spazio, al tempo e agli strumenti per riconciliarsi con la propria incapacità a esistere; e ha il dovere, al massimo delle proprie possibilità, di non farsi agente del regime di sopravvivenza precaria dissociandosi volontariamente dal proprio dolore;
  2. il principio della solidarietà: secondo cui ognuna e ognuno di noi ha diritto a esistere secondo modi ed espressioni completamente auto-determinati fintanto che il diritto a esistere di un’entità non opprime il diritto a esistere di un’altra entità e ha il dovere di contribuire alla tutela del diritto di esistere di tutte e tutti nelle sue immediate prossimità;
  3. il principio della collaborazione: secondo cui ognuno di noi ha diritto ad acquisire le competenze e gli strumenti per soddisfare il proprio diritto ad esistere fintanto che le stesse non opprimono il diritto a esistere di un’altra entità e ha il dovere di mettere a disposizione le proprie competenze e i propri strumenti per contribuire alla soddisfazione del diritto a esistere di tutte e tutti nelle sue immediate prossimità;
  4. il principio del mutualismo: secondo cui il diritto a esistere di tutte e tutti può essere tutelato e soddisfatto grazie a una politica complessa in grado di prendersi cura di ogni individualità, per questo tutti e tutte hanno il dovere di contribuire allo sviluppo e alla costruzione di conoscenze, strumenti e forme di organizzazione che si fondino sul principio di solidarietà.

Questi quattro principi, applicati soprattutto fuori dalla dimensione di piena quarantena, aiutano a rintracciare un filo conduttore terribile e scosso nuovamente, di recente, dalle rivolte anti-razziste del movimento Black Lives Matter. Il comune denominatore di ogni momento di forte criticità sociale e culturale origina, puntualmente, dal desiderio e dalla necessità di opprimere una parte di popolazione, da cui viene estratto lavoro e valore, a favore di un’altra, il cui scopo finale è l’incameramento e la protezione del valore accumulato.

Mettere alla prova dei quattro principi di riparazione del reale la nostra quotidianità, gli eventi che si sviluppano attorno a noi e le comunità con cui ci troviamo a interagire ci può permettere di tracciare un confine che non abbiamo più il diritto di ignorare: quello che divide chi sopravvive da chi, in un modo o nell’altro, fonda le possibilità della propria vita sull’oppressione e la perpetuazione di violenza omicida su altri.

I tempi sono urgenti e questa necropolitica ha i giorni contati. Mentre ignoravamo il dolore dentro e attorno a noi c’è chi non ha avuto questa possibilità ed emerge, oggi, splendente di consapevolezza tagliente. Per scuoterci dal nostro torpore dobbiamo cedere il passo e rifondare la nostra vita sul rispetto di dolori recenti e antichi, è l’unico modo possibile per tutelare il reale—radicalmente e senza alcuna forma di compromesso, lo stesso modo in cui dovremmo tutelarci l’un l’altro e l’un l’altra.

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