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Social: evolversi o morire

Decentralizzazione, interazione contestuale, collettivismo digitale, future thinking: il futuro delle community digitali secondo cinque esperti

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Come saranno i social del futuro?

Prevederlo non è facile, persino per gli esperti. Un tempo considerati come una grande opportunità per favorire il pluralismo e la coesistenza di diverse opinioni, fedi, e stili di vita, sono diventati oggi dei wild west accusati di esacerbare la paura dell’altro, promuovere estremismi e diffondere disinformazione.

È evidente che i social media si trovano oggi davanti a un bivio—e, insieme a loro, le community digitali che chiamano queste piattaforme “casa”.

Diventa dunque significativo riflettere sull’evoluzione di queste comunità che, pur condividendo alcune norme, strutture e regole con le comunità tradizionali, se ne discostano profondamente. Intanto, perché il loro destino s’intreccia con quello delle piattaforme su cui sono progettate. E poi perché, nella maggior parte dei casi, proliferano senza nemmeno diventare consapevoli del fatto di “essere” una comunità. Senza essere in grado di definirsi tali.

Le comunità digitali sono prive di molti dei requisiti pratici e concettuali necessari per essere dei collettivi solidi, in grado di organizzarsi, di sostenersi e di evolversi insieme alla società. Ma quindi gli attuali vizi dei network sociali sono frutto di errori di “progettazione”? Oppure sono le community digitali stesse a essere state, fin dall’inizio, un grande errore?

Nella speranza di rispondere a queste domande, abbiamo intervistato una serie di esperti con diverse competenze nell’ambito delle comunità digitali, dai social media all’economia circolare fino alle reti civiche. Con loro abbiamo parlato del destino e dell’evoluzione delle comunità digitali, discutendo dell’influenza delle tecnologie emergenti e del ruolo di queste aggregazioni virtuali nella società odierna.

Attraverso queste interviste abbiamo identificato tre temi ricorrenti – decentralizzazione, interazione contestuale e collettivismo digitale – che, se affrontati con risolutezza, permetteranno alle comunità digitali di evolvere in collettivi stabili, eterogenei e in grado di porre davvero l’essere umano al centro.

Decentralizzazione

Una comunità è tradizionalmente composta da persone che si occupano del suo funzionamento e della sua evoluzione, secondo i valori condivisi del gruppo. Spesso, però, ciò che unisce i membri delle comunità digitali è influenzato da fattori esterni.

Se è vero che le piattaforme sono strumenti essenziali per muoversi all’interno delle comunità digitali, per loro natura distribuite, è anche vero che raramente sono progettate, possedute, o gestite dalle stesse persone che le usano.

Con un’implicazione cruciale: le fondamenta di queste comunità – i loro standard sociali, tecnici, legali, economici ed esperienziali – rappresentano gli interessi di terzi (nella maggior parte dei casi organizzazioni for profit) con cui sono in conflitto.

Lo conferma Jessa Lingel, autrice di Digital Countercultures and the Struggle for Community e ricercatrice nel dipartimento di comunicazione dell’Università della Pennsylvania: la grande maggioranza del contenuto online è fruito per avvantaggiare gli interessi di organizzazioni for profit, come Google e Facebook. “Si tratta più spesso di aziende private che di istituzioni governative: sono quotate in borsa e hanno a cuore gli interessi degli investitori, non degli utenti”.

“Le piattaforme social possono essere progettate in modo da favorire alcune comunità piuttosto che altre”, fa notare Lingel. Ne sono un esempio i prodotti progettati su piattaforme task-oriented come Pivotal o Jira, o funzionalità come le stories di Snapchat e Instagram. Lingel è però convinta che questa costrizione all’interno di piattaforme limitate e imposte dall’esterno rappresenti un momento passeggero e innaturale nella storia delle comunità digitali.

In futuro, guarderemo all’egemonia di Facebook e Twitter come a un raro momento di concentrazione di utenti in un numero limitato di piattaforme.

Più le persone utilizzano piattaforme diverse, più queste si moltiplicano e si fanno verticali. In futuro, guarderemo all’egemonia di Facebook e Twitter come a un raro momento di concentrazione di utenti in un numero limitato di piattaforme. Se vogliono assicurarsi un futuro, le comunità digitali devono abbandonare le piattaforme di terzi con cui sono in conflitto, e optare per sistemi decentralizzati in cui i parametri fondamentali di engagement sono nelle mani degli utenti.

L’idea si sta facendo strada tra gli addetti ai lavori della comunicazione digitale. Il cambio di rotta sta gradualmente diventando realtà anche in settori storicamente non inclini al cambiamento come i governi, e stanno emergendo molte piattaforme con modalità organizzative nuove e generazione di idee più decentralizzata.

Tra queste c’è Ciwik, una piattaforma francese che connette i cittadini con i rappresentanti eletti e le autorità locali. La fondatrice e art director Violette Suquet sostiene che piattaforme decentralizzate come Ciwik offrono alle comunità l’opportunità di “creare una società (e un mondo) fondati sulla democrazia e sulla felicità collettiva”, in questo caso attraverso un miglioramento del processo civico.

L’allargamento del dibattito democratico passerà anzitutto dagli open data, che consentono di verificare le policy e la loro trasparenza. Facendo emergere i candidati tramite Ciwik, poi, si aggira il sistema nominale tanto caro ai partiti politici. Da ultimo, grazie a tecnologie come la crittografia e blockchain, non sarà possibile manipolare i voti.

Quando una comunità controlla il mezzo che usa, i suoi interessi combaciano con quelli della piattaforma: ne sono un esempio tecnologie decentralizzate come la blockchain, che danno spazio alla collaborazione e non sono soggette all’influenza socio-economica di terzi.

Secondo Emily Bitze, fondatrice dell’app di scambio user-to-user Bunz, le tecnologie con un design decentralizzato “possono essere usate per aggirare l’intermediazione dei grandi monopoli, restituendo il profitto agli utenti”.

Perché questo cambio di prospettiva nel design funzioni, deve cambiare anche la filosofia che vi sta dietro. “Nel fare leva sulle nuove tecnologie, dobbiamo assicurarci di andare oltre il profitto e fare in modo che tutti ne traggano beneficio. Siamo di fronte a un cambiamento importante; si tratta di unirci come persone per cambiare le cose in positivo”, dice Bitze.

Il livello di scambio incensurato che ne conseguirebbe rischia di generare terreno fertile per interazioni razziste, sessiste, e “contro il diverso” in senso ampio. Il che significa che potrebbero generarsi comunità che vanno contro i valori del pluralismo.

Le tanto discusse camere dell’eco generate dagli algoritmi potrebbero nascondere una sfida ancora più infida: l’ignoranza. Ma la decentralizzazione delle comunità digitali metterebbe in luce le vere intenzioni di alcune comunità, permettendoci di identificare visioni estreme e cercare di comprenderle meglio.

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Interazione contestuale

La quantità di informazioni che una persona può assimilare durante un’interazione è limitata. L’interazione faccia a faccia comporta una serie di codici intrinsechi e contestuali che ci aiutano a gestire l’assorbimento delle informazioni—come intelligenza emotiva, vincoli individuali e responsabilità comportamentale. Tali meccanismi sono facilmente travisabili se applicati alle comunità digitali.

La tecnologia ci permette di elaborare molte più informazioni che in passato, ma ci rende anche più esposti al rischio di sovraccarico informativo. Senza un’esperienza utente il più semplice e fruibile possibile, non riusciremmo a gestire questa enorme mole di informazioni. Come fa notare Emily Bitze, la tendenza a semplificare la fruizione in questi contesti può causare l’effetto contrario, e finire per renderci meno social.

Molte piattaforme di condivisione digitale puntano sull’efficienza: tutto deve essere più veloce, più facile, migliore. Togliendoci, in casi estremi, persino la scelta di metterci in contatto con qualcuno.

L’informazione e l’interazione digitali sono ormai parte nel nostro quotidiano: sviluppando migliori modalità di integrazione tra le due, le persone potrebbero finalmente mettersi davvero al servizio delle comunità digitali e dei loro obiettivi, senza che l’informazione venga trascurata.

In un futuro distopico, quest’idea potrebbe manifestarsi in un bombardamento di pop-up in realtà aumentata che riempiono il nostro mondo analogico di promemoria digitali. Se disegnate correttamente, al contrario, queste call to action verrebbero filtrate in base a fattori contestuali come posizione, ora, e umore. In questo modo gli utenti potrebbero affidarsi a tool digitali che seguono il flusso delle loro vite personali, senza più doversi giostrare tra una to-do list e l’altra. Secondo Alexandra Stiver, antropologa che si occupa di attività online e crowdsourcing, questo “filtraggio contestuale” è già in atto.

Sempre più piattaforme di crowdfunding si sono rese conto che gli scambi online-offline all’interno delle comunità sono rafforzativi e non distruttivi, e per questo stanno aggiungendo nuove funzionalità per incentivarli. Si tratta di un cambiamento enorme: è per questo che molte piattaforme oggi offrono la possibilità di filtrare sia per interessi che per posizione, una scelta che al contempo capitalizza una forza dello spazio digitale e ne affronta un limite.

E così le comunità digitali non sarebbero più un’emorragia che si estende in ogni angolo delle nostre vite. Le comunità digitali del futuro dovranno legarsi ai momenti e agli spazi giusti nella vita delle persone: una questione non semplicemente di mezzo o luogo, ma di appropriatezza. Attraverso la comprensione simultanea di fattori situazionali (umore degli interlocutori, relazione e movente) si attiverebbero interazioni digitali puntuali e mirate.

Nelle interazioni contestuali, mondo digitale e mondo reale si mescolano, riducendo i confini loro imposti e aumentando l’efficacia delle comunità digitali—il che risolverebbe anche la questione dell’engagement. Le interazioni sarebbero poi umanizzate, dato che le persone non potrebbero più nascondersi dietro a una tastiera, introducendo così un maggiore senso di responsabilità.

Collettivismo digitale

Le comunità devono anche trovare il modo di sviluppare un’identità condivisa e una prospettiva duratura tra una popolazione distribuita e digitale. Nelle comunità tradizionali le interazioni faccia a faccia consentono relazioni ricche, progettate attorno a fattori come comunicazione non verbale, contesto ambientale e presenza fisica—elementi che rafforzano la comprensione e la fiducia tra i membri.

Le modalità di interazione offerte da molti strumenti digitali sono povere di informazioni: ne consegue la nascita di member base spesso superficiali e potenzialmente volatili. L’assenza di una comunicazione immersiva ed emotiva indebolisce il senso di identità condivisa, reso ancor più fragile dall’alta rotazione degli iscritti. Il che, di fatto, contraddice l’idea che i social media siano piattaforme che progettano “social network” efficaci.

In Social Media Abyss: Critical Internet Cultures and the Force of Negation, il fondatore e direttore dell’Institute of Network Cultures Geert Lovink fa una netta distinzione tra “social media” e “network organizzati”. Secondo Lovink, “i social media sono la realtà digitale delle moltitudini connesse”, mentre i network organizzati puntano sui forti legami delle nicchie per raggiungere obiettivi sociali.

Facebook e gli altri social non sono mai stati interessati a facilitare gli utenti nella creazione di spazi digitali protetti. Ultimamente nessuno parla più di comunità (o di network, se è per questo). Da quando i “social network” sono diventati “social media” lo standard è diventato un modello utente-centrico in cui tutto ruota attorno al consumatore.

Le comunità digitali dovrebbero far leva sulla loro comprensione della tecnologia per sviluppare forme di interazione completamente nuove.

Oltre a questo, la portata di una comunità digitale genera sfide ancora più complesse per il suo senso di identità. Rispetto alle comunità tradizionali, i cui membri tendono a concentrarsi su problemi e soluzioni specifiche o locali, le comunità digitali sono davvero globali, e spesso devono affrontare sfide che vanno persino oltre le competenze di governi nazionali, come cambiamento climatico, diritti umani globali, privacy dei dati personali e libertà.

Mancano istituzioni capaci di gestire questioni transnazionali, multigenerazionali e su vasta scala, come il cambiamento climatico.

Secondo Karl Schroeder, futurista e autore di fantascienza, non abbiamo gli strumenti adatti per risolvere questi problemi. Stiamo attraversando la fase del rifiuto, e siamo incapaci di accettare che l’umanità, ad oggi, non abbia le capacità per risolvere i problemi critici che ha davanti a sé. Mancano istituzioni capaci di gestire questioni transnazionali, multigenerazionali e su vasta scala, come il cambiamento climatico.

Questo è particolarmente vero per le comunità digitali con un senso di identità condivisa superficiale, le cui ammirevoli iniziative sono rallentate dai tentativi di superare le differenze sociali, economiche, geografiche e pratiche dei loro membri.

Per risolvere questo problema dovremmo migliorare l’accuratezza della comunicazione digitale – cosa che molte piattaforme hanno cercato di fare attraverso un maggiore uso di audio, video, e sentiment tagging – e creare comunità digitali che si relazionano con modalità più tradizionali.

Tutto questo migliorerebbe il problema della debolezza comunicativa, ma farebbe ben poco a sostegno delle complessità che comporta il lavorare su differenze globali. Al contrario, le comunità digitali dovrebbero sfruttare la conoscenza della tecnologia per sviluppare delle forme di interazione completamente nuove che aiutino a superare queste differenze.

In un futuro non troppo distante, immaginate quale potrebbe essere il potenziale di sfruttare l’analisi dati e l’intelligenza artificiale per negoziare una rappresentazione condivisa dei diversi membri di una comunità.

Proprio come il concetto di deodandi, gli agenti digitali intelligenti che danno voce a entità non umane (come alberi o sistemi) protagonisti di un racconto di Karl Schroeder, le comunità di individui potrebbero essere progettate su identità e prospettive basate sull’intelligenza artificiale. Una comunità di persone simili potrebbe essere rappresentata da un’intelligenza artificiale le cui opinioni e azioni deriverebbero dall’aggregato di quelle di tutti i suoi membri.

Date le grandi differenze tra i membri di una stessa comunità, questi sistemi però non soddisferebbero mai le convinzioni di tutti, e potrebbero essere esposti a manipolazioni o pregiudizi inconsci basati sui dati.

Le comunità digitali alimentate dall’intelligenza artificiale hanno però il potenziale di creare una nuova ed efficace forma di rappresentazione democratica—a patto che i modelli delle member base siano sufficientemente accurati da assicurare un processo decisionale appropriato.

Una discussione del genere sarebbe irresponsabile senza la presa di coscienza delle insidie e dei pericoli che ne conseguono: prima fra tutte la tirannia delle masse.

Le comunità alimentate dai dati garantirebbero una rappresentazione accurata della volontà della maggioranza, ma renderebbero necessarie nuove strutture e strumenti per monitorare e limitare illeciti involontari. Essenzialmente, un senso d’identità alimentato dai dati richiederebbe un senso di moralità ugualmente potente. Secondo Karl Schroeder, servirebbero degli “occhiali da vista” per aiutare gli individui a modificare le loro predisposizioni e i loro pregiudizi.

La grande lezione degli esperimenti di social design dell’ultimo secolo è che non si può ricreare la natura umana a immagine e somiglianza dei propri ideali.

La grande lezione degli esperimenti di social design dell’ultimo secolo è che non si può ricreare la natura umana a immagine e somiglianza dei propri ideali. Non si possono rendere le persone più tolleranti. Quel che si può fare è progettare l’equivalente sociale degli occhiali da vista, ovvero sistemi di comunicazione e di amministrazione che correggono la miopia dei pregiudizi umani.

Se un’identità alimentata dai dati rischia di mettere in un angolo l’idea di pluralismo, mettere a disposizione degli strumenti che – con questi “occhiali da vista” – controllino il nostro pregiudizio verso gruppi marginalizzati potrebbe incoraggiarne l’inclusione e l’accettazione. Questi sistemi aiuterebbero il pluralismo a rifiorire, mettendo gli individui di fronte ai loro stessi pregiudizi.

Una simile trasparenza potrebbe motivare le persone a identificare e ripensare i propri passi falsi e scostamenti sociali. Non tutti avrebbero una tolleranza tale da accettare pienamente una società plurale, ma questo sistema garantirebbe il primo passo: quello verso la consapevolezza.

Guardare al futuro

Quelli di noi che hanno vissuto i primi anni dei social network si attaccano con nostalgia alla speranza che queste piattaforme possano cambiare il mondo. Ci culliamo nel ricordo di un tempo più innocente e semplice, pieno di relazioni significative e di curiosità. Ma, proprio come noi, anche queste piattaforme sono invecchiate. Sono diventate più ampie, più eterogenee, e più controllate.

Molti direbbero che, tra infiniti escamotage, tranelli, ed esperimenti falliti, i social media si siano evoluti nella direzione sbagliata, diffondendo sfiducia e paura. Va però ricordato che queste piattaforme sono ancora giovani, e che i loro futuri, così intrecciati con quelli delle comunità che li popolano, possono adattarsi e percorrere infinite strade.

I tre trend che abbiamo sviscerato non sono esaustivi, ma fanno luce sui principali fattori da considerare per definire il futuro delle comunità digitali, come intenzioni delle piattaforme, sfruttamento della tecnologia, strutture di governance, privacy policy e norme sociali. Di questi fattori solo alcuni potrebbero essere implementati in modo massiccio sulle comunità digitali in massa, altri invece andrebbero tarati su misura per ciascun gruppo.

Se progettate nel modo giusto, queste comunità possono promuovere il pluralismo e l’inclusività, migliorare i sistemi democratici, e unire collettivi eterogenei nella lotta alle crisi globali che affliggono il mondo.

Jessa Lingel lo ha spiegato chiaramente in Digital Countercultures and the Struggle for Community: il design può incentivare la diversità, ma non condizionarla. E suggerisce che “qualsiasi piattaforma può essere sovvertita. Anche se queste piattaforme tendono a favorire certi utenti piuttosto che altri, le opportunità di rottura e riappropriazione non mancano”.

Qualunque sia il futuro delle comunità digitali, non dimentichiamo che il pluralismo riesce a farsi strada anche nelle condizioni peggiori.

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