iii.

Progresso primitivo

Tempo libero, libertà e uguaglianza: questa è stata la natura degli esseri umani per due milioni anni, prima che preti, re e capi cominciassero a schiavizzarci

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Per un tempo lunghissimo, abbiamo giustificato la miseria e l’assoggettamento della vita moderna come dimensioni integranti e necessarie della “natura umana”.

Dopotutto si pensava che, prima dell’arrivo della civiltà, la nostra esistenza fosse caratterizzata da privazioni, brutalità e ignoranza, al punto da considerare l’arrivo di forme di “autorità” come un regalo generoso, in grado di salvarci dalla barbarie. Termini come “uomo delle caverne” e “Neanderthal” vengono utilizzati ancora oggi per ricordarci dove saremmo senza religione, governo e lavoro.

Questa visione ideologica del nostro passato si è però capovolta nel corso degli ultimi decenni, grazie al lavoro di accademici come Richard Lee e Marshall Sahlins, che hanno portato a un ribaltamento quasi completo della vulgata antropologica ortodossa, con importanti implicazioni.

Ora sappiamo che la vita prima della domesticazione e dell’agricoltura era ricca di tempo libero, intime connessioni con la natura, consapevolezza sessuale, uguaglianza di genere, e salute. Questa è stata la natura degli esseri umani per due milioni anni, prima che preti, re e capi cominciassero a schiavizzarci.

Il sistema paleolitico dei cacciatori-raccoglitori è spesso considerato, oggi, con accezione condiscendente e un po’ denigratoria, come il massimo livello che una specie ai primordi della sua evoluzione fosse in grado di raggiungere.

Certo – concedono i detrattori – è vero che durante l’era dei cacciatori-raccoglitori vi fu un periodo apparente di grazia e coesistenza pacifica; ma gli umani del Paleolitico non avevano la capacità mentale di abbandonare le loro forme di vita rudimentali, di abbracciare strutture sociali complesse e di progredire a livello tecnologico.

Oggi, però, ed è l’ennesimo duro colpo inflitto alla narrativa della civilizzazione, sappiamo che non solo la vita degli esseri umani fu per lungo tempo scevra da ogni alienazione o dominazione, ma – come rivelarono negli anni Ottanta gli studi di archeologi come John Fowlett, Thomas Wynn e altri – gli uomini primitivi possedevano un livello di intelligenza almeno pari al nostro. È così che d’improvviso la tesi basata sulla “ignoranza” viene meno, e possiamo pensare diversamente alle nostre origini.

Assenza di progresso, assenza di futuro

Nel corso del vastissimo arco temporale che chiamiamo Paleolitico, le scoperte tecnologiche furono pochissime. L’innovazione “degli attrezzi in pietra nel corso di due milioni e mezzo di anni fu pari a zero”, secondo lo storico Gerhard Kraus. Alla luce di quanto sappiamo oggi dell’intelligenza preistorica, una simile “stagnazione” infastidisce molto alcuni sociologi. “È difficile comprendere uno sviluppo così lento”, scrisse Wymer.

A me pare invece molto plausibile che sia stata proprio l’intelligenza degli umani del paleolitico, realizzati e soddisfatti dal loro status di cacciatori-raccoglitori, a causare questa assenza quasi totale di “progresso”.

A me pare invece molto plausibile che sia stata proprio l’intelligenza degli umani del paleolitico, realizzati e soddisfatti dal loro status di cacciatori-raccoglitori, a causare questa assenza quasi totale di “progresso”. Evidentemente la divisione del lavoro, la sedentarietà, la cultura dei simboli furono invece rifiutati fino a poco, pochissimo tempo fa.

Il pensiero contemporaneo, nella sua incarnazione postmoderna, vorrebbe escludere la possibilità che esista un divario tra natura e cultura; considerate però le abilità degli umani pre-civilizzazione, potrebbe essere più preciso affermare che, di base, gli esseri umani abbiano preferito per lungo tempo la natura alla cultura.

I primitivi non rivivevano i ricordi, e in generale non mostravano interesse a festeggiare i propri compleanni o misurare l’età anagrafica. Per quanto riguardava il futuro, non importava loro granché di controllare quello che ancora non esisteva, e ugualmente non sembravano interessati a dominare gli eventi naturali.

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Gli umani pre-civilizzazione sapevano che, come scrisse Vaneigem nel 1975, solo il presente può essere “totale”. Ciò significa che vivevano una vita molto più immediata, densa e appassionata della nostra. Si dice che pochi giorni di rivoluzione, da soli, possono valere secoli; fino a quel momento, come scrisse Shelley, “Noi guardiamo in avanti, guardiamo dietro di noi, e siamo tormentati da tutto ciò che non è”.

Il popolo degli Mbuti crede che “se il presente viene riempito correttamente, il passato e il futuro si prenderanno cura di loro stessi”. La loro connessione istante per istante con il fluire e lo scorrere del mondo naturale non preclude che abbiano consapevolezza del passare delle stagioni, eppure non crea uno stato di coscienza del tempo tale da derubarli del presente.

Duffy ricorda che le popolazioni che ancora oggi vivono secondo lo schema della caccia e della raccolta, tra cui i Pigmei Mbuti dell’Africa Centrale, da centinaia di anni ricevono gli influssi culturali degli agricoltori residenti nei villaggi circostanti e, in alcuni casi, dei contatti con le autorità governative e i missionari.

Provate a immaginare uno stile di vita in cui la terra, la casa e il cibo sono gratis, e in cui non ci sono leader, capi, politici, criminalità organizzata, tasse e leggi.

Eppure, con il passare delle epoche, sembra che in loro si mantenga intatto l’impulso verso una vita più autentica: “Provate a immaginare uno stile di vita in cui la terra, la casa e il cibo sono gratis, e in cui non ci sono leader, capi, politici, criminalità organizzata, tasse e leggi. Aggiungetevi i benefici di essere parte di una società in cui tutto è condiviso, dove non ci sono persone ricche o povere, dove la felicità non coincide con l’accumulo di beni materiali”, scrive Duffy. Gli Mbuti non hanno mai addomesticato un animale o arato un campo.

L’antropologo anglo-americano Colin Turnbull descrisse il rapporto di intimità tra il popolo Mbuti e la foresta raccontando le danze sfrenate degli Mbuti, quasi volessero far l’amore con essa. Nel seno di un’esistenza improntata a un’uguaglianza concreta e minacciata da ogni parte, questi uomini e queste donne stavano “danzando con la foresta, danzando con la luna”.

Quindi, cosa è andato storto?

L’introduzione e la diffusione del concetto di rituale, ovvero di un atto eseguito secondo norme codificate, ha giocato un ruolo centrale in quello che Hodder ha definito “l’implacabile spiegamento di strutture sociali e simboliche” che hanno accompagnato l’arrivo della mediazione culturale.

Il diffondersi della cultura simbolica, con la sua brama intrinseca di manipolazione e controllo, aprì rapidamente le porte all’addomesticamento della natura. Dopo due milioni di anni di connessione diretta con la natura ed equilibrio con le altre specie selvagge, l’agricoltura ha avuto un impatto senza precedenti sul nostro stile di vita e la nostra traiettoria di adattamento. Mai prima d’allora un cambiamento così radicale, rapido e totalizzante era avvenuto in alcuna specie animale.

L’auto-domesticazione attraverso il linguaggio, il rito e l’arte ha dato il via al successivo soggiogamento di piante e animali. Pur essendo comparsa non più di 10.000 anni fa, l’agricoltura ha trionfato velocemente, poiché il controllo, per sua natura, richiede un processo intensivo. Siccome la produzione è tanto più efficiente quanto più viene esercitata, l’ascesa è stata rapida e penetrante.

Il tempo come concetto materiale non è inerente alla realtà ma è un’imposizione culturale, forse la prima imposizione culturale di sempre. Al progredire di questa dimensione elementale della cultura simbolica corrisponde il processo di alienazione dal mondo naturale.

L’agricoltura ha permesso di introdurre la divisione del lavoro, le fondamenta concrete della gerarchia sociale, e dato il via alla distruzione ambientale. Preti, re, il lavoro dipendente, la diseguaglianza di genere, la guerra sono solo alcune delle conseguenze più immediate di questo evento.

Un altro risultato fu l’invenzione dei numeri, innecessari prima che esistesse la proprietà privata di colture, animali e appezzamenti di terra, ovvero i tratti caratteristici dell’agricoltura. Lo sviluppo dei numeri ha ulteriormente accelerato l’impellenza di considerare la natura come qualcosa da tenere sotto controllo e addomesticare.

Conformità, ripetizione, regolarità divennero le chiavi di volta che portarono la civilizzazione al trionfo, rimpiazzando spontaneità, incanto e scoperta

Conformità, ripetizione, regolarità divennero le chiavi di volta che portarono la civilizzazione al trionfo, rimpiazzando spontaneità, incanto e scoperta—i tratti fondanti dello stato umano pre-agricolturale che sopravvisse per milioni di anni.

Vile e svilente, la logica della domesticazione – con la sua tendenza verso l’ipercontrollo – ci mostra ora la rovina della civiltà, che causa la rovina di tutto il resto. Considerare la natura inferiore è ciò che ha consentito il dominio di sistemi culturali che renderanno la Terra, ben presto, inabitabile.

Il postmodernismo ci dice che una società senza relazioni di potere è possibile solo in astratto. È una bugia, a meno che non accettiamo la morte della natura e rinunciamo per sempre a quello che esisteva un tempo, e che potrebbe tornare a esistere.

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